Russia:
San Pietroburgo
(e Budapest, Hrodna, Vilnius, Tallin, Riga,
Varsavia, Czestochowa, Bratislava)
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24.8.2006
- giovedì - giorno 13
Nevegal (I-BL) (9.10) - Nevegal (18.28)
Km 359, viaggio h 9.18
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Mi trovo così, dopo
un viaggio di quasi 10.000 km attraverso le pianure (in gran
parte) dell'Europa orientale, qui, sul Nevegal, nelle Dolomiti
bellunesi. Cosa fa un motocislista in queste circostanze?!
Ovviamente non perdo l'occasione, e anche se nelle Dolomiti
ci sono stato già più volte, cerco innanzitutto
delle strade e dei passi che non ho ancora percorso. Di tutto
questo non ho purtroppo nessuna foto, a causa del furto già
descritto all'inizio; inoltre, essendo solo in moto, non posso
nemmeno supplire con le foto del mio compagno di viaggio.
Oggi scendo prima verso Belluno
e da lì dirigo verso Feltre; attraverso i passi di
Croce d'Aune (m 1.011), Cereda (m 1.369) e la Forcella Aurine
(m 1.299).
Ma la parte più bella
arriva quando, da Agordo e la Forcella Franche (m 992), imbocco
la valle del Mis: una stretta valle, con un lungo lago. Uscito
a sud dalla valle, ritorno verso nord attraverso il Canale
di Agordo e quindi, dopo il passo Duran (m 1.601), giungo
a Longarone, di fronte alla diga del Vajont. Era diverso tempo
che mi ripromettevo di arrivare qui, a vedere (e riflettere)
il posto sede di una delle più tragiche sciagure provocate
dall'uomo:
Il 9 ottobre 1963, una massa di oltre 270 milioni di metri
cubi di roccia si staccò dal monte Toc e piombò
nel bacino artificiale creato dallo sbarramento del Vajont.
L'impatto sollevò un'onda alta più di 100 metri
che scavalcò l'altissima diga. In pochi minuti si abbatté
con violenza sul sottostante paese di Longarone, spazzandolo
via. Morirono circa duemila persone; molti corpi non vennero
mai ritrovati. La tragedia del Vajont non fu dovuta al caso,
ma a uno sciagurato connubio di interessi economici, di ambizioni
professionali e di negligenze burocratiche, che fece sì
che fossero ignorati non solo i timori della popolazione locale,
ma anche alcuni allarmanti studi geologici. Su questa vicenda
la giornalista Tina Merlin scrisse il libro "Vajont 1963.
La costruzione di una catastrofe".
Guardo la diga prima dal basso,
dal paese, come la vedevano gli abitanti di Longarone prima
della tragedia, prima di morire, con inascoltato timore. Poi
percorro la strada che sale sulla montagna (con spettacolari
viste sulla stretta valle) e guardo la diga dall'altra parte,
quella del lago che ormai non c'è più. Infatti
nel disastro la diga non crollò, la diga (ironia della
sorte, era stata fatta proprio bene, resse tranquillamente
alla frana; il guaio è che la diga lì proprio
non ci doveva stare!). Vedo così il lato della diga
che prima era coperto dall'acqua del lago artificiale, di
cui osservo il fondo ormai asciutto. E' bene che questa diga
resti qui, per sempre; è il miglior monumento a quei
morti, è il miglior monito per l'insipienza e la criminale
avidità umana.
Riprendo la strada e, attraverso
il passo di S. Osvaldo (m 827), mi dirigo verso Piancavallo
(m 1.267). Spettacolare la discesa da Piancavallo verso la
pianura friulana, lungo la strada con stretti tornanti che
mi porta in una decina di km alla pianura. Risalgo quindi
sul Nevegal.
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